I menischi

I menischi sono due strutture fibrocartilaginee presenti nel ginocchio, interposti tra i condili femorali e i piatti tibiali, che consentono la distribuzione uniforme del carico attraverso le superfici articolari.

Oltre alla distribuzione del carico i menischi hanno altre funzioni tra cui l’assorbimento degli urti, la stabilizzazione, la lubrificazione e la componente di propriocezione insieme ad altre strutture articolari (legamenti crociali e collaterali).

Le lesioni meniscali traumatiche sono riscontrate principalmente negli atleti coinvolti in sport ad alto impatto (calcio, basket, pallavolo, sci) e sono uno dei problemi muscolo-scheletrici più comuni per cui si ricorre a interventi di chirurgia ortopedica.

Il ritorno allo sport dopo la riparazione del menisco per atleti di alto livello (basket, football americano, baseball) varia tra l’80 e il 90% anche se il tasso di re intervento non è trascurabile (33%).

È stato confermato che alcuni fattori di rischio associati a lesioni da menisco sono genere (maschio o femmina), sport e tipo di esposizione.

I tipi di lesione

Tra le lesioni meniscali si annoverano: lesioni longitudinali, a manico di secchio, radiali, a becco di pappagallo, orizzontali, tipo flap e lesioni complesse che si classificano in base alla localizzazione della lesione (corno anteriore o posteriore).

I sintomi

Tra i sintomi principali di una lesione meniscale, vengono riportati dolore a livello della rima articolare, principalmente a ginocchio flesso o durante l’estensione (se presente corpo mobile si ha un blocco articolare del movimento), dolore a salire o scendere le scale, instabilità del ginocchio e senso di cedevolezza, perdita di forza muscolare e scrosci articolari.

La diagnosi

La risonanza magnetica è il gold standard per la diagnosi di lesione del menisco.

Utilizzata a scopo diagnostico è anche l’artroscopia stessa che permette di indagare in maniera diretta lo stato anatomico intrarticolare.

La capacità di riparazione dipende da diversi fattori, quali vascolarizzazione, cronicità, tipo di lesione, posizione e dimensioni.

I test

Test di McMurray: paziente supino, l’operatore induce la rotazione della tibia dal piede. Risulta positivo per evocazione del sintomo del paziente.

Test di Apley: paziente prono, l’operatore flette il ginocchio del paziente e induce la rotazione della tibia dal calcagno con compressione verso il basso. Risulta positivo per evocazione del sintomo del paziente. 

Test di Tessaglia: paziente in piedi in appoggio monopodalico con ginocchio flesso a 20°, si chiede al paziente di ruotare il busto. Risulta positivo per evocazione del sintomo del paziente.

Il danno al menisco altera la normale meccanica dell’articolazione del ginocchio, che potrà causare riduzione dell’area di contatto e un aumento della pressione di quel punto portando un possibile usura della cartilagine articolare con sviluppo di osteoartrite e instabilità.

Il trattamento può essere conservativo o chirurgico, a seconda del sito di lesione, dei fattori di rischio, dell’impotenza funzionale e della richiesta del paziente.

Il trattamento manipolativo fisioterapico

Il trattamento conservativo prevede la combinazione di esercizi per rinforzare i muscoli (in particolare quadricipite, hamstring e logge laterali e interne della coscia), allungare i tessuti molli, migliorare mobilità dell’articolazioni, distribuzione del carico, equilibrio, nutrizione della cartilagine prevenendo l’usura e ripristinare le attività funzionali.

A seconda del tipo di intervento, cambia il programma riabilitativo post-operatorio: per l’artroscopia il carico conferito all’arto è precoce e totale a pochi giorni dall’intervento, mentre la sutura prevede un periodo di scarico/carico a tolleranza con due stampelle a discrezione dello specialista.

Il piano riabilitativo post-operatorio prevede una gestione della fase acuta per migliorare l’edema, ridurre il dolore e incrementare la mobilità (evitare flessione eccessiva oltre i 90° per evitare la compressione meniscale), esercizi isometrici e concentrici in catena cinetica aperta per articolazioni adiacenti; segue la fase subacuta in cui si incrementa il carico, il rinforzo muscolare e la mobilità articolare.

Nell’ultima fase riabilitativa si introducono esercizi di miglioramento degli schemi di movimento, rieducazione completa del carico ed esercizi sport-specifici.

Oltre alle tempistiche di rientro all’attività sportive (2-3 mesi per trattamento conservativo e 3-5 mesi per trattamento chirurgico a seconda della tecnica usata) è fondamentale considerare il livello di preparazione dell’atleta, valutando eventuali alterazioni della biomeccanica articolare e dell’esecuzione del gesto (soprattutto salto/atterraggio, corsa e cambi di direzione) per prevenire recidive dovute a esecuzione ripetuta di gesto scorretto, migliorare la gestione e percezione dell’arto tramite il controllo neuromuscolare, ridefinire gli schemi motori a livello corticale potenziando le reazioni involontarie e gli aggiustamenti inconsci utili per migliorare il movimento volontario.

Bibliografia